Non è facile per Putin gestire la voglia dell’Iran di posizionarsi in Siria e, dall’altra parte, la determinazione israeliana a impedirlo. Da un lato c’è il suo maggior alleato in Medio Oriente, dall’altro c’è Israele che alleato della Russia non è certamente ma che è indispensabile per garantire gli equilibri regionali.

Si può dire di tutto su Putin meno che sia uno stupido. Anzi, se proprio vogliamo essere sinceri dobbiamo ammettere che la sua politica in Medio Oriente ha permesso alla Russia di prendere il posto degli Stati Uniti come “fattore stabilizzante” nella regione. Se in Siria non ci fosse la Russia a quest’ora sarebbe tutto in mano degli Ayatollah iraniani e degli Hezbollah, su questo pur detestando lo zar russo occorre essere sinceri.

Intendiamoci, Putin e la Russia non sono minimamente paragonabili agli Stati Uniti. I russi sono pragmatici e badano solo al loro interesse, solo che il loro interesse in questo momento coincide con la stabilità regionale.

Ed è per questo che la presenza iraniana in Siria non va molto d’accordo con le necessità russe di stabilizzare il Medio Oriente. Putin la tollera con fatica ben sapendo che Israele è più che determinato a impedire agli Ayatollah iraniani di stabilirsi stabilmente in quel territorio. Putin sa benissimo che quello siriano è il fronte più pericoloso, non tanto per la guerra ai terroristi che ormai sembra avviata verso la disfatta di questi ultimi, quanto piuttosto perché una guerra tra Iran e Israele sarebbe inevitabile se gli iraniani non escono (e anche in fretta) dalla Siria.

Il problema è che a Teheran sono altrettanto determinati a usare la Siria come trampolino di lancio per gli attacchi a Israele, il che vuol dire che non ci pensano minimamente a lasciare il territorio siriano. Anzi, proprio di recente Teheran e Damasco hanno messo nero su bianco un accordo di cooperazione militare che in qualche modo mette ulteriormente i bastoni tra le ruote alle speranze di stabilità regionale coltivate da Putin.

I due dilemmi di Putin

Il Presidente russo ha due dilemmi da affrontare con urgenza se vuole stabilizzare la Siria e quindi tutta la regione. Il primo è scongiurare una guerra aperta tra Iran e Israele che immancabilmente coinvolgerebbe anche Libano e Siria. Nell’ultimo anno Putin ha lasciato campo libero a Israele nel colpire obiettivi iraniani in Siria. 200 raid in poco più di 12 mesi non sono poca cosa, anzi, dimostrano che la guerra tra i due è meno sottotraccia di quanto si pensi. Ma lasciar fare Israele vuol dire anche rischiare proprio quel conflitto che vuole evitare. Il secondo, direttamente legato al primo, è come fare per convincere gli Ayatollah a togliere il disturbo e a rinunciare a quello che non potranno mai avere, cioè le basi militari in Siria.

Per il primo a quanto sembra sono in corso trattative sotterranee che dovrebbero portare a una diminuzione dei raid israeliani in cambio di attacchi solo a obiettivi sempre più “importanti e circoscritti”. La speranza è quella di mantenere il conflitto mai dichiarato all’interno di un alveo che non sfoci in una guerra aperta ma che raid israeliani più mirati e precisi bastino a impedire all’Iran di stabilirsi in Siria o che facciano fare un passo indietro a Teheran. E’ una situazione molto delicata, si viaggia proprio sul filo del rasoio, ma se c’è una cosa che Putin ha capito è che non può fermare del tutto i raid israeliani in Siria, meglio allora concordarli con Gerusalemme.

Per il secondo dilemma invece Putin sembra essere ancora in alto mare. Gli iraniani hanno speso molto in termini di denaro e vite umane per aiutare Assad. Adesso vogliono passare all’incasso, cioè vogliono usare il territorio siriano come una base di lancio per gli attacchi a Israele e come terra di passaggio sicuro per rifornire Hezbollah di armi. Il famoso “corridoio sciita” al quale difficilmente Teheran rinuncerà. Per convincere gli iraniani ad uscire dal territorio siriano il Presidente russo dovrebbe quindi fare veramente una magia.

Putin ha un sacco di difetti, ma ha il pregio e la qualità di programmare nel lungo termine e di avere attorno a se uno staff prodigioso, a partire dal Ministro degli Esteri, quel Sergej Viktorovic Lavrov che tante figuracce ha fatto fare ai vari Segretari di Stato americani.

Se oggi Putin fa una cosa non la fa guardando solo a quello che succederà nell’immediato ma a quello che potrebbe succedere nel lungo termine. Su questo è un asso. Ed è proprio questa sua qualità che lascia ben sperare.

Vladimir Putin può piacere o meno, ma in questo momento con gli USA praticamente sfilati dal Medio Oriente, rimane l’unico uomo in grado di condizionare la politica di quella regione dalle dinamiche così complesse. Non so, in tutta onestà, quanto questo sia una buona notizia per il mondo libero, ma è la triste verità.

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