Analisi e opinioni

Immigrazione islamica in Europa, ONG islamiche e i rischi a medio-lungo termine

Un lungo viaggio dentro l’immigrazione islamica in Europa, all’invasione islamica che al momento non c’è ma che potrebbe diventare una realtà, un viaggio dentro le ONG islamiche in Africa e in Europa, uno sguardo alla realtà attuale e ai potenziali rischi futuri
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Una premessa visto la delicatezza dell’argomento: non è nostra intenzione generalizzare in alcun modo o sollevare inutili allarmismi. Affrontiamo solo una parte del complesso problema della immigrazione che oltretutto riguarda solo minimamente l’Italia.

Ciò premesso, quale collegamento c’è tra immigrazione ed espansione islamica in Europa? C’è una strategia dietro oppure l’avanzata dell’Islam nel continente europeo è solo una conseguenza dell’accoglienza e delle permissive leggi europee?

Per rispondere a queste domande occorre qualche passo indietro nella storia africana ma soprattutto occorre fare chiarezza su chi sono realmente coloro che rischiano la vita per raggiungere le coste del vecchio continente.

I numeri ufficiali

Prima di tutto parliamo di numeri ufficiali. Secondo un rapporto dell’Unione Europea pubblicato lo scorso giugno e riferito al 2016 (ultimo documento ufficiale disponibile e non si capisce perché) in Europa vivono attualmente 22 milioni di cittadini “non europei”, cioè il 7,5% della popolazione europea, suddivisi come da tabella allegata che potete trovare qui. Anche se il rapporto e le tabelle ad esso allegate sono riferite a due anni fa, aiuta molto a capire la distribuzione in Europa dei migranti. Tra le tante cose si scopre per esempio che oltre la metà dei migranti ha una età inferiore a 28 anni e che sono in maggioranza uomini (55% contro il 45% di donne).

Ora, quello che il rapporto non spiega è la provenienza di buona parte di questi migranti che ora come nel 2016 proviene per la maggior parte dal nord Africa e dall’Africa sub-Sahariana con un picco momentaneo di provenienze dalla Siria.

Non fuggono dalle guerre

idp camp africa
IDP camp (foto di repertorio Cooperazione Italiana)

A parte i siriani e in qualche caso gli eritrei, nella maggioranza dei casi non sono persone che fuggono dalle guerre. Attenzione però, non perché in Africa non ci siano conflitti, ce ne sono tantissimi e ne parleremo prossimamente, ma perché chi si trova in un teatro di guerra (Somalia, RD Congo, Sud Sudan solo per citarne tre di cui ogni tanto si parla anche in occidente) non ha i mezzi per fuggire da quei luoghi. Non che non vorrebbero, semplicemente non possono. Al massimo possono spostarsi di qualche decina di Km e arrivare in qualche IDP camp (internally displaced person). Sono i cosiddetti “rifugiati interni” da non confondere quindi con coloro che arrivano in Libia o sulle coste europee. Naturalmente non si sta dicendo che tra le centinaia di migliaia di migranti che ci sono attualmente in Libia non vi sia anche chi fugge da quei teatri di guerra e dalle relative violenze (a volte indicibili), ma sono davvero la minoranza e spesso sono quelli più maltrattati dai libici proprio perché non hanno denaro. Sono anche quelli che, per la stessa ragione, più facilmente muoiono prima ancora di arrivare in Libia, in quella enorme tomba a cielo aperto che è il deserto del Sahara.

Allora chi sono i migranti che tentano di arrivare in Europa?

A parte che la maggioranza di coloro che cercano di arrivare in Europa sono ancora magrebini (marocchini, tunisini e algerini) e già questo dovrebbe bastare a sfatare il mito del “fuggono dalla guerra”. Ma anche la maggioranza di coloro che rimangono e che sono distribuiti tra Libia, Marocco e Tunisia non provengono da teatri di guerra (che siano conflitti veri e propri o conflitti regionali). La maggioranza di chi è in attesa di partire o è già partito (e arrivato in Europa) provengono dall’Africa sub-sahariana, in particolare dalla Nigeria, dal Niger e dall’Africa occidentale (Senegal, Gambia, Burkina Faso ecc. ecc.). Ci sono pochissimi congolesi, sud-sudanesi, Somali, praticamente nessun ugandese, cioè provenienti da veri teatri di guerra. Questo per la ragione che spiegavamo prima: non hanno le risorse per farlo.

Chi paga per i migranti e perché?

Ne parlavamo già nel 2016, a farla da padrone in quella parte di Africa è quella che genericamente possiamo chiamare Islamic Relief, o meglio l’assistenza islamica basata su alcuni pilastri dell’islam tra i quali lo Zakat, la cosiddetta “carità islamica”. Nell’Africa sub-sahariana e in Africa occidentale vi sono centinaia di ONG islamiche supportate enormemente dai Paesi del Golfo e dalla Turchia. Essi usano ampiamente la lotta alla povertà come un mezzo per fare proselitismo, quella che qualcuno chiama “teologia del container”. Ti sfamo e intanto ti converto. Non è una novità, la usavano anche i missionari cristiani, ma quella implementata dalle ONG islamiche è una vera e propria strategia di proselitismo e reclutamento su larga scala, non sono fatti casuali o circoscritti.

La cosa non sarebbe però catastrofica se contribuisse allo sviluppo del territorio e quindi a ridurre la povertà. Il problema è che negli ultimi anni le ONG islamiche sono passate dal dare assistenza in loco volta a promuovere lo sviluppo, al dare assistenza completa per favorire l’emigrazione verso il nord del mondo. E’ una forma evoluta di proselitismo e di colonizzazione al contrario. Non ti pago più per restare in loco ma ti finanzio per emigrare e per andare a rinfoltire la schiera islamica in Europa. E’ una strategia che funziona, o almeno ha funzionato fino a poco tempo fa.

Attenti però, non si sta dicendo che con questo metodo le varie ONG che possiamo raggruppare genericamente nella parola “Islamic Relief” cercano di portare il terrorismo islamico in Europa attraverso l’arma della emigrazione, quella è un’altra fase più avanzata del progetto, l’obiettivo è aumentare il numero delle persone di fede musulmana nel tempio dell’occidente, l’Europa appunto.

Quali sono i motivi che portano le ONG islamiche a compiere questa mutazione?

Sin dalla loro nascita, verso la metà degli anni 70, le ONG islamiche si sono sempre trovate ad affrontare un problema, quello di essere identificate nelle tipiche “Organizzazioni non Governative” così come vengono intese in occidente. Invece erano e sono Associazioni Islamiche votate al proselitismo abbinato all’assistenza. Non solo, il termine stesso di Organizzazione Non Governativa così come quello di giustizia sociale come riconosciuto in occidente non può essere scisso dalla Dichiarazione Universale dei Diritti Umani che però non va troppo d’accordo con i dettami del Corano. Di qui la necessità per i Paesi musulmani di dotarsi di una loro Dichiarazione dei Diritti Umani che fosse pertinente con la loro mission.

Così nel 1981, all’UNESCO di Parigi, il Consiglio islamico europeo proclamò la Dichiarazione Islamica sui Diritti Umani, sostituita nove anni dopo dalla Dichiarazione del Cairo sui diritti umani nell’Islam. Al Cairo gli stati membri della Conferenza islamica hanno concordato una serie di principi chiave riguardanti il ruolo centrale della religione islamica nelle discussioni sui diritti umani, espresse nel Corano e quindi inviolabili: la necessità di combinare il progresso materiale con la fede islamica e il diritto delle persone di affermare la loro libertà e dignità, come indicato nella Sharia.

Questo è un passaggio importante per capire il ruolo delle ONG islamiche in Africa (e non solo) e del perché fanno quello che fanno. Ma soprattutto è importante per capire le dinamiche del loro concetto di sviluppo il quale, detto francamente, funziona abbastanza bene nella lotta alla povertà dove però viene applicato direttamente in loco, cioè nei Paesi in Via di Sviluppo (PVS).

La lotta impossibile alla povertà africana e la strada europea

La conquista (non solo religiosa) dell’Europa è sempre stato il sogno di ogni buon musulmano credente. Le ONG islamiche non fanno differenza. Come abbiamo visto, il loro obiettivo è il proselitismo attraverso la lotta alla povertà (teologia del container). Ma quando la lotta è impari, come avviene in certi paesi africani, le modalità debbono per forza cambiare. E quale miglior soluzione se non quella di “spostare i poveri” in luoghi dove più facilmente possono combattere la povertà?

Ora, l’idea non è proprio peregrina né nuova. Lo spostamento di masse verso territori che possano dare un maggior benessere è insito nella storia umana. Solo che se inizialmente le ONG islamiche promuovevano lo spostamento all’interno dell’Africa (e lo fanno ancora) negli ultimi anni hanno scoperto la via europea, il tutto con un doppio beneficio: quello di fare ulteriore proselitismo e quello di spostare una cifra significativa di fedeli musulmani in Europa.

Ed è qui che la faccenda si fa complessa e sotto certi aspetti torbida. Perché torbida? Perché buona parte delle ONG islamiche che operano in Africa sono legate a doppio filo con la Fratellanza Musulmana. Tranne quelle saudite, le ONG islamiche finanziate da Qatar e Turchia (la maggioranza) sono tutte nell’area dei Fratelli Musulmani e hanno messo in piedi una rete di collegamento tra Africa ed Europa dove le loro consorelle cercano di “indirizzare” i migranti africani verso le destinazioni che a loro interessano di più, che giusto per essere chiari per il momento non sembrano includere l’Italia ma soprattutto il nord Europa.

Per intenderci, non c’è niente di illegale in tutto questo, ci troviamo semplicemente di fronte a un chiaro cambio di strategia già visto anche con le ONG occidentali. Si è passati dal promuovere progetti di sviluppo in Africa al promuovere l’emigrazione non essendo quei progetti di sviluppo sufficienti a sconfiggere la povertà. In più, rispetto alle ONG occidentali il cui cambio di strategia è stato dettato soprattutto da ragioni economiche, ci troviamo di fronte anche alla necessità di mantenere quel caposaldo della ONG islamiche che si chiama proselitismo.

Cosa comporta tutto questo e quali rischi si corrono?

Vale la pena citare Wikipedia:

“L’Islam è la religione in più rapida crescita in Europa. Secondo il Pew Research Center la popolazione musulmana in Europa (esclusa la Turchia) era di circa 30 milioni nel 1990, 44 milioni nel 2010 e dovrebbe aumentare a 58 milioni entro il 2030; la quota musulmana della popolazione è aumentata dal 4,1% nel 1990 al 6% nel 2010 e continuerà ad aumentare nei prossimi 40 anni, raggiungendo il 10% nel 2050.”

Secondo noi le stime del Pew Research Center sono addirittura in difetto, e non di poco. Da quella stima sono cambiate molte cose. Prima di tutto quella stima si basava molto sul fatto che la popolazione musulmana crescesse grazie all’altissimo tasso di fertilità delle famiglie islamiche, un fattore ancora importantissimo ma non più l’unico. O meglio, assume maggiore importanza nel momento in cui aumenta “l’importazione” di musulmani in Europa. Perché è proprio questa la novità più rilevante. La stragrande maggioranza degli immigrati in Europa è di fede musulmana. E la percentuale rispetto ad altre immigrazioni è destina ad aumentare se non a diventare l’unica.

Questo nuovo fattore ha costretto a rivedere drasticamente le stime fatte solo due anni fa. In alcuni paesi, Francia e Svezia per citarne due, la percentuale di popolazione musulmana è già arrivata a sfiorare quel 10% previsto per il 2050. I migranti musulmani sono quasi tutti giovani e procreano a un ritmo inimmaginabile per i giovani occidentali. Per questi motivi sempre il Pew Research Center è arrivato a certificare che tra il 2010 e il 2016 (ultimo dato disponibile) il maggior fattore di incremento della popolazione musulmana in Europa è da attribuirsi alla immigrazione.

Ma se in termini assoluti il fenomeno è ancora gestibile sono i rischi che si corrono nel medio e lungo periodo a destare particolare allarme specie perché si è visto che dove la percentuale di popolazione musulmana sfiora o supera l’8% (in Francia è del 9,6%) vi è anche una forte spinta all’estremismo e all’odio verso la cultura occidentale, la stessa cultura democratica che però permette proprio ai musulmani di ottenere leggi speciali come in Gran Bretagna o di pretendere una particolare “tollerante attenzione” alla Sharia come in Svezia, in Francia o in Germania.

Siamo di fronte a una invasione islamica come viene detto da più parti?

Dati alla mano (relativi però al 2016 anche se sono indicativi) al momento non c’è nessuna invasione islamica dell’Europa. Chi afferma il contrario non guarda i dati reali (si pensi che in Italia i musulmani sono il 2,6% della popolazione ma si grida all’invasione). Tuttavia, anche se al momento non c’è la tanto temuta invasione, la strada intrapresa dalle ONG islamiche vorrebbe andare proprio in quella direzione. E’ scritto nel manifesto della Fratellanza Musulmana, punto di riferimento fortissimo per i musulmani europei. L’obiettivo è quello del “Grande Califfato mondiale”, dell’abbattimento della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e della sua sostituzione con la Sharia. E siccome nei Paesi democratici che si rispettano si fanno le cosiddette “valutazioni di rischio” e medio-lungo termine anche sulla tenuta della democrazia, forse è arrivato il momento di guardare a questo fenomeno con una particolare attenzione, soprattutto perché in osservanza di quella “teoria della gradualità” tanto cara alla Fratellanza Musulmana, la tanto temuta invasione dovrebbe avvenire per gradi e con una certa “costante lentezza”. Insomma, non ce ne dovremmo neppure accorgere.

E qui torniamo a parlare di ONG islamiche, non solo di quelle operanti in Africa ma anche e soprattutto di quelle che operano in Europa, cioè del punto terminale e non tanto di quello di partenza sul quale abbiamo pochissimo potere.

Si dovrebbero aumentare i controlli sulle ONG islamiche che operano in Europa, sui trasferimenti di denaro fatti con il nebuloso sistema della carità islamica, lo Zakat (terzo pilastro dell’Islam e per questo quasi intoccabile). Non possiamo difendere le nostre democrazie se non cominciamo a toccare l’intoccabile, insomma la Sharia, cioè la legge islamica, e tutto quello ad essa connesso a partire proprio dalla Carità Islamica e dai suoi mille rivoli che vanno ad alimentare quella immigrazione islamica, quel lento spostamento di masse musulmane verso il nord del mondo che tanti rischi rappresenta per le nostre permissive democrazie.

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