Fare il giornalista nel regime di Erdogan è uno dei lavori più pericolosi al mondo, almeno se lo si vuole fare in maniera indipendente e non si vuole fare solo il portavoce del regime.

Martedì scorso il giornalista Burak Ekici, uno degli editori del quotidiano BirGün, è comparso davanti al tribunale di Istanbul (32a Corte penale superiore di Istanbul) per rispondere dell’accusa di «appartenenza a una organizzazione terroristica». L’accusa rivolta al giornalista, oltre a quella di aver criticato Erdogan, è quella di aver utilizzato 217 volte l’applicazione di messaggistica crittografata “ByLock” per scambiare messaggi con le sue fonti. Il regime turco considera quella specifica applicazione come “mezzo esclusivo di comunicazione usato dalla organizzazione di Fethullah Gülen”, considerata un gruppo terroristico dalla Turchia e accusata da Erdogan di aver organizzato il (finto) golpe del 2016. Per questo motivo il Pubblico Ministero ha chiesto al Tribunale di condannare Burak Ekici ad una lunga pena detentiva. Burak Ekici era stato arrestato insieme ad altri 10 giornalisti il 10 agosto 2017, anche loro accusati di aver usato l’applicazione ByLock. In attesa di deliberare il giudice della 32a Corte penale superiore di Istanbul ha ordinato che il giornalista rimanesse in carcere.

Quella di Burak Ekici è solo una delle tantissime storie di giornalisti turchi arrestati perché ostili al regime. Ahmet Kanbal, un reporter di Izmir che lavora per l’agenzia di stampa Mesopotamia (MA), è stato arrestato di nuovo il 12 febbraio dopo che era stato rilasciato da appena qualche giorno. L’accusa nei suoi confronti è quella di aver criticato sui social l’aggressione turca alla regione di Afrin, nel Kurdistan siriano.

Enis Berberoğlu, un deputato del Partito popolare repubblicano d’opposizione (CHP), il 13 febbraio scorso è stato condannato a una pena di cinque anni e 10 mesi di carcere, pena ridotta dopo che in prima istanza era stato condannato a 25 anni di carcere per aver agevolato lo scoop con il quale il giornale Cumhuriyet con un video aveva denunciato che i servizi segreti turchi vendevano armi allo Stato Islamico. Ma la Seconda Camera del tribunale regionale di Istanbul, una corte d’appello, non contenta della riduzione di pena ha annullato il verdetto e ordinato un nuovo processo contro Berberoğlu.

Clima di forte intimidazione

C’è un vero clima di intimidazione verso i giornalisti contrari a Erdogan. Il giornalista İbrahim Gezici è stato arrestato l’11 febbraio scorso all’aeroporto Sabiha Gökçen di Istanbul al suo arrivo su un volo di ritorno dalla Germania. Gezici è stato portato al tribunale di Anadolu il giorno seguente per un interrogatorio da parte del pubblico ministero riguardante i suoi post critici verso il regime di Erdogan postati sui social media. Attualmente è stato rilasciato in attesa di giudizio con il divieto però do lasciare la Turchia. Ma i giornalisti arrestati per aver espresso sui social media critiche a Erdogan e in particolare contro l’intervento turco nella regione di Afrin sono ben 474, tutti arrestati negli ultimi giorni. Secondo il sito ufficiale del Ministero degli interni altre 192 persone sono state arrestate per aver dimostrato contro l’intervento turco ad Afrin.

Attualmente sono ben 156 i giornalisti arrestati e in stato di detenzione, già condannati o in attesa di esserlo. Qui potrete trovare la lista completa. Altre centinaia di persone sono in prigione per aver scritto sui social critiche verso il regime di Erdogan.

«Non siamo più in grado di scrivere niente di critico verso il regime» ci dice un giornalista turco che chiaramente vuole rimanere anonimo. «Se solo provi a postare sui social o a pubblicare qualcosa di critico nei confronti della politica di Erdogan ti ritrovi con le manette ai polsi nel giro di poche ore». Poi continua: «tutto viene giustificato con lo stato di emergenza seguito al golpe del 2016. Chiunque non sia d’accordo con la politica del Governo (regime) viene considerato un terrorista complice di Fethullah Gülen e quindi viene arrestato. La Turchia sognata da Ataturk non c’è più» conclude sconsolato.

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