Sul Facebook-gate si è detto tanto e tanto si dirà ancora. E’ curioso come lo scandalo sia scoppiato in concomitanza con una importante intervista di Davide Casaleggio sul Washington Post dove il guru del M5S ha parlato della sua Piattaforma Rousseau e del suo visionario concetto di “democrazia diretta” dove l’obiettivo sarebbe quello di «dare centralità al cittadino».

Ma cosa hanno in comune il Facebook-gate e la Piattaforma Rousseau? Apparentemente poco, in realtà moltissimo e non solo per l’uso “allegro” della tutela della privacy (come conferma il garante della privacy) ma soprattutto perché le due piattaforme si presentano come “due piazze virtuali democratiche” quando in realtà il loro scopo è tutt’altro che chiaro, di sicuro lontanissimo dall’essere democratico.

Intendiamoci, il peso di Facebook non è lontanamente paragonabile a quello ancora minimo della Piattaforma Rousseau, ma è indiscutibile che le due piattaforme vengono usate per cercare di influenzare la democrazia reale, non si sa quanto volontariamente da Facebook, sicuramente in maniera volontaria dalla Piattaforma Rousseau.

Infatti, parlare di “democrazia diretta” quando si usa un sistema chiuso come lo è la Piattaforma Rousseau, con il codice che nonostante le tante richieste rimane ancora un codice chiuso e non accessibile per verifiche, una piattaforma dove non si sa chi e come vota, lasciando il tutto alla “fiducia verso l’amministratore” che poi è la Casaleggio Associati, non è certo un buon esempio di limpidezza e di democrazia.

Quando Casaleggio nella sua intervista al Washington Post afferma che «la stella polare del Movimento è la partecipazione dei suoi iscritti. Sono loro a determinare le decisioni più importanti che il Movimento deve prendere e la direzione che prenderà in futuro» non si capisce se ci crede veramente oppure mente sapendo di mentire. Chi controlla che le decisioni degli iscritti siano realmente quelle rese pubbliche? Chi ci dice che la Casaleggio Associati non faccia in realtà solo finta di far decidere agli iscritti per poi far passare la sua linea senza realmente seguire le indicazioni date dai partecipanti? Scusate ma questo è quanto di più lontano ci sia dal concetto di democrazia diretta.

Jean-Jacques Rousseau, da cui prende il nome la piattaforma della Casaleggio, sosteneva che «la politica deve riflettere la volontà generale della gente» e Casaleggio sostiene che è proprio per questo concetto che ha creato il cosiddetto “software”, per permettere alla gente comune di partecipare e influire sulla politica. Ma nel farlo usa un sistema chiuso, tutt’altro che limpido che di democratico non ha nulla. Non si tratta solo di algoritmi, quelli a quanto pare possono essere facilmente bucati e quindi studiati, è il sistema che è marcio. L’utente che partecipa non ha la possibilità di vedere in tempo reale il risultato del suo voto ma si deve affidare alla fiducia in coloro che controllano il software, cioè nella Casaleggio Associati. E’ un po’ come firmare una cambiale in bianco sperando nell’onesta di chi la riceve.

I nostri parlamentari che si sono presentati per le elezioni sono stati scelti attraverso la votazione online sulla piattaforma Rousseau non all’interno di una stanza piena di fumo (Casaleggio al Washington Post)

Ma davvero? E’ andata veramente così? E chi ce lo dice? Chi ci dice invece che i parlamentari non siano stati scelti dalla Casaleggio Associati (all’interno di una stanza piena di fumo) che poi ha fatto credere che a sceglierli siano stati gli iscritti attraverso la Piattaforma Rousseau? E’ davvero questa la democrazia diretta di cui va cianciando il sig. Casaleggio?

Casaleggio vuole essere creduto? Bene, renda pubblico il codice del software che gestisce la Piattaforma Rousseau, ce lo faccia analizzare, faccia in modo che chi vota online sia sicuro che il suo voto non sia ignorato, faccia in modo cioè che tutto sia limpido e chiaro nell’immediatezza e non che chi vota si debba fidare dei risultati finali resi noti dalla Casaleggio Associati. Perché scusate, questo è tutto fuorché democratico.

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