Forse è arrivato il momento di fare un sunto sulla questione dello Stato Islamico (Daesh o ISIS) e su come questo “fulmine a ciel sereno” ha influito sugli equilibri di potere in Medio Oriente e più in generale nel mondo dei regimi musulmani.

Da molti mesi lo Stato Islamico è entrato in chiara difficoltà, attaccato da chi prima lo difendeva e faceva affari con lui, tradito da coloro che avevano contribuito alla sua inarrestabile espansione prima con finanziamenti e armi, poi facendoci lucrosi affari che avevano contribuito a creare quel mito del Califfato tanto caro ai musulmani, infine abbandonato a se stesso alla mercé di chi ne voleva il territorio per ragioni geo-strategiche. Lo Stato Islamico inteso come entità fisica praticamente non esiste più.

E’ arrivato quindi il momento di guardare a quello che lo Stato Islamico ha lasciato, di analizzare chi ci ha guadagnato dalla breve e sanguinaria storia di Daesh e a chi ci ha rimesso.

Chi ci ha guadagnato?

In cima alla nostra classifica di chi ci ha guadagnato c’è l’Iran. Ha lasciato con noncuranza che Daesh si impossessasse di buona parte della Siria e del Nord Iraq. In quel momento sarebbe bastato un piccolo intervento a sostegno dell’esercito siriano e di quello iracheno per bloccare l’avanzata dello Stato Islamico, ma non avrebbe fatto il gioco di Teheran. Agli Ayatollah serviva un pretesto per un intervento massiccio e soprattutto con “i piedi sul terreno”, cioè posizionare le proprie truppe (o i propri proxy) materialmente sul terreno in Iraq e soprattutto in Siria. Se gli iraniani fossero intervenuti nell’immediatezza degli eventi sarebbe stato facile bloccare i terroristi che ancora non erano ben armati e organizzati, ma non sarebbe servito al loro gioco. Per questo hanno aspettato, hanno assistito con le mani in mano ai massacri per poi, al momento opportuno, ergersi come “salvatori”. Il risultato è che l’Iran sta sostituendo Daesh in Siria e in Iraq, sia direttamente che attraverso i vari Proxy di cui dispone (Hezbollah e milizie sciite varie), il tutto con il consenso e l’approvazione internazionale. Quella iraniana è stata una mossa geopolitica estremamente brillante che tra le altre cose ha permesso a Teheran di minacciare direttamente Israele posizionando le sue truppe in Siria a pochi Km dal confine israeliano. Il fatto che questa strategia sia costata decine di migliaia di vittime non ha alcuna importanza per Teheran.

Al secondo posto della nostra classifica c’è la Turchia. Erdogan per molto tempo ha fatto il doppio gioco. Da un lato faceva finta di condannare lo Stato Islamico, dall’altro ci faceva lucrosi affari. Non solo ha lasciato che la Turchia venisse usata da Daesh come un enorme scalo merci, ha permesso che attraverso la Turchia i terroristi occidentali raggiungessero lo Stato Islamico. Decine di migliaia di terroristi, uomini e donne, sono passati per il territorio turco senza che Erdogan facesse niente per bloccarli. Quando poi ha capito che la storia non poteva più andare avanti è passato sull’altro fronte, ma senza interventi degni di nota, almeno nei confronti di Daesh. Anzi, ha usato la scusa di combattere i terroristi dello Stato Islamico per colpire gli avamposti curdi in Siria e in Iraq. Quando poi lo Stato Islamico è crollato sotto i colpi dell’offensiva curda e delle milizie iraniane, ha intravisto la possibilità di sostituirsi al califfo Abu Bakr al-Baghdadi nel cuore del mondo musulmano e ne ha approfittato. Difficile dire se questo fosse il piano originale di Erdogan, di sicuro è quello attuale. Il risultato è che oggi Erdogan è universalmente riconosciuto come leader della Fratellanza Musulmana e come nuovo Califfo del futuro califfato globale.

Al terzo posto della nostra classifica su chi ci ha guadagnato dalla nascita dello Stato Islamico c’è la Russia. Preoccupata più di mantenere le proprie basi in Siria che di altro, all’inizio anche Putin è rimasto sostanzialmente immobile di fronte all’espansione di Daesh badando più che altro a proteggere il porto di Tartus e le basi di loro interesse strategico. Poi, vedendo la completa immobilità di USA e occidente, si è sobbarcata l’onere di combattere Daesh e gli altri gruppi ribelli in Siria. Ma non lo ha fatto gratis. Di fatto ha messo un’ipoteca sul futuro della Siria, un territorio assolutamente strategico per chi ha mire di controllo sul Medio Oriente. In un colpo solo ha avuto accesso diretto al Mediterraneo e si è stabilito in maniera permanente nel cuore della regione mediorientale diventando la potenza egemone dopo che negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno abbandonato la regione (e sembra che non intendano rivedere questa posizione).

Chi ci ha rimesso

Su chi ci ha rimesso dalla “esplosione” dello Stato Islamico il discorso è molto più complesso. Prima di tutto ci hanno rimesso milioni e milioni di persone che abitavano l’Iraq e la Siria. Sono loro, nella stragrande maggioranza dei casi musulmani, le prive vere vittime della ferocia assassina dei fanatici dello Stato Islamico. Ciò detto ci sono poi gli equilibri geopolitici da tenere in considerazione perché è chiaro che se c’è chi ci ha guadagnato dalla presenza dello Stato islamico c’è anche chi ci ha rimesso.

In cima alla nostra lista (escludendo Siria e Iraq sui quali andrebbe fatto un ragionamento a parte) c’è senza dubbio Israele che proprio a causa del conflitto in Siria contro Daesh si è ritrovato con il mortale nemico iraniano praticamente alle porte di casa. La presenza di ISIS in Siria ha giustificato l’intervento iraniano che però, come abbiamo visto sopra, non è tanto finalizzato a liberare la Siria quanto piuttosto a stabilirsi permanente in quel territorio in modo da poter minacciare Israele in maniera diretta. Questo per Israele è un grosso problema strategico perché sostanzialmente apre un terzo fronte dopo quello libanese con gli Hezbollah stracarichi di missili e quello di Gaza con Hamas e la Jihad Islamica sempre in fermento e pronti ad attaccare lo Stato Ebraico.

Al secondo posto ci sentiremmo di inserire l’Egitto che ha risentito pesantemente della presenza dello Stato Islamico anche se in maniera relativamente indiretta rispetto a Siria e Iraq, nel senso che una frangia dello Stato Islamico e non direttamente il Califfato ha influito e sta influendo sul paese delle piramidi. Con la sua presenza nella Penisola del Sinai lo Stato Islamico (attraverso il gruppo Ansar al-Bayt al-Maqdis) ha praticamente azzerato una delle principali entrate dell’Egitto, quelle provenienti dal settore turistico. Non solo, lo Stato Islamico ha colpito duramente anche fuori dal Sinai con l’intento di destabilizzare l’Egitto e di privarlo di una delle maggiori fonti di guadagno, appunto il turismo. A livello di geopolitica il gruppo Ansar al-Bayt al-Maqdis ha collaborato e sta collaborando con la Fratellanza Musulmana e con il gruppo terrorista di Hamas. Questo ha prima costretto l’Egitto a mettere fuorilegge la Fratellanza Musulmana e poi a sigillare permanentemente i suoi confini con la Striscia di Gaza.

Al terzo posto ci metteremmo la Giordania. Prima minacciata direttamente la Giordania ha reagito partecipando alla coalizione anti-Daesh a guida americana, ma questo non le ha impedito di risentire pesantemente delle conseguenze della nascita del Califfato. In primo luogo ha dovuto accogliere centinaia di migliaia di profughi, un fatto questo che ha contribuito a destabilizzare la “pace sociale” nel Paese e, ancora più grave, ha contribuito a rilanciare le ambizioni della Fratellanza Musulmana che alle ultime elezioni sfruttando proprio le difficoltà del governo ha ottenuto un importante risultato elettorale.

Al quarto posto di chi ci ha rimesso, anche se potrebbe sembrare paradossale, ci metteremmo proprio la Fratellanza Musulmana. La nascita dello Stato Islamico ha infatti rotto le uova nel paniere dei Fratelli Musulmani andando a interferire pesantemente nella cosiddetta “strategia della gradualità” che ha gli stessi obiettivi dello Stato Islamico ma concepita per raggiungerli in maniera graduale, quasi di soppiatto. L’esplosione di Daesh ha smascherato la politica della Fratellanza Musulmana che fino a poco tempo fa veniva considerata la rappresentazione dell’Islam politico e moderato. Oggi, proprio a causa di ISIS, anche in occidente si guarda alla Fratellanza Musulmana con molto più sospetto mentre molti Paesi Arabi, a partire da Egitto e Arabia Saudita, l’hanno messa fuorilegge.

Concludendo questa lunga ma sicuramente incompleta analisi sulle attuali conseguenze derivate dalla nascita dello Stato Islamico in Medio Oriente, non si può non notare quanto sia strategicamente importante l’enorme vantaggio geopolitico e strategico ottenuto dall’Iran con la cosiddetta “guerra al terrorismo” in Siria. Riteniamo che questa sia la conseguenza più importante della nascita del califfato perché proprio da questa conseguenza potrebbe prendere il via un conflitto regionale che sarebbe di dimensioni ancora inimmaginabili ma sicuramente vaste se non globali, quello tra Iran e Israele.

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